Tutte le feste che si rispettano si concludono a tavola: ed è così che dopo il denso defilé sul palco del congresso, i Cuochi di Marca si sono dati appuntamento in via Victor Hugo numero 4 alle 21, ospiti Carlo Cracco e Matteo Baronetto. Non è mica facile soddisfare il palato di cuochi professionisti, ma questo forse è stato lo stimolo decisivo per una performance niente male, sulla quale è fiorito un intenso dibattito.
Lucio Pompili per cominciare ha proposto allo chef una spruzzata di olio spray sulle sue verdurine essiccate in amusebouche; a seguire la classicissima insalata russa caramellata prima di entrare nel vivo degli antipasti. Memorabili le alici con puntar elle, foglie di dattero e tartufo, piatto presentato al congresso che contamina i fogli dei passati quaderni con uno dei binomi cult della casa; la trippa di baccalà a zuppetta con il caprino, un inno improvvisato alla pungenza; gli spaghetti con la colatura di alici spadellati personalmente dallo chef a fine menu, tanto per chiudere il cerchio. Poi le carni... già ma cosa sono i tachis? "Sì sì, quella roba che in Francia chiamano crosnes..." E gli chef se ne fanno portare una manciata nature al tavolo a scopo pedagogico.
"Bene, vedo una cucina debullizzata. Sono piatti di un grande classicismo con cotture impeccabili", commenta Lucio, spingendosi fino a citare la transavanguardia (secondo Achille Bonito Oliva, la capacità di andare avanti guardando di lato o addirittura indietro). E la conversazione si impenna...
Nei bicchieri nel frattempo una sfilata di chicche, selezionate da un supercarico Luca Gardini in dialogo elettivo con zio Lucio: dopo il prosit in onore di una giornata memorabile, celebrato da una Riserva del Fondatore, un bel Riesling ha sparato nelle narici tutta la sua spinta minerale. Poi i grandi rossi della casa, fra cui un Chianti e un Sangiovese Monsanto campioni di gusto italiano. "Sono questi i miei vini", esclama Luca, mentre Lucio si appunta i riferimenti del produttore. Tripudio finale per il Barolo Borgogno 1955, millesimo di Lucio, simile a lui per tempra ed avvolgenza, avvinghiato a una parabola che non ha proprio intenzione di scendere!
Lucio Pompili per cominciare ha proposto allo chef una spruzzata di olio spray sulle sue verdurine essiccate in amusebouche; a seguire la classicissima insalata russa caramellata prima di entrare nel vivo degli antipasti. Memorabili le alici con puntar elle, foglie di dattero e tartufo, piatto presentato al congresso che contamina i fogli dei passati quaderni con uno dei binomi cult della casa; la trippa di baccalà a zuppetta con il caprino, un inno improvvisato alla pungenza; gli spaghetti con la colatura di alici spadellati personalmente dallo chef a fine menu, tanto per chiudere il cerchio. Poi le carni... già ma cosa sono i tachis? "Sì sì, quella roba che in Francia chiamano crosnes..." E gli chef se ne fanno portare una manciata nature al tavolo a scopo pedagogico.
"Bene, vedo una cucina debullizzata. Sono piatti di un grande classicismo con cotture impeccabili", commenta Lucio, spingendosi fino a citare la transavanguardia (secondo Achille Bonito Oliva, la capacità di andare avanti guardando di lato o addirittura indietro). E la conversazione si impenna...
Nei bicchieri nel frattempo una sfilata di chicche, selezionate da un supercarico Luca Gardini in dialogo elettivo con zio Lucio: dopo il prosit in onore di una giornata memorabile, celebrato da una Riserva del Fondatore, un bel Riesling ha sparato nelle narici tutta la sua spinta minerale. Poi i grandi rossi della casa, fra cui un Chianti e un Sangiovese Monsanto campioni di gusto italiano. "Sono questi i miei vini", esclama Luca, mentre Lucio si appunta i riferimenti del produttore. Tripudio finale per il Barolo Borgogno 1955, millesimo di Lucio, simile a lui per tempra ed avvolgenza, avvinghiato a una parabola che non ha proprio intenzione di scendere!



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